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Contadino per scelta: la sobrietá in tempo di Covid-19

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Contadino per scelta: la sobrietá in tempo di Covid-19 - © Nicola Picogna

Devis Bonanni, 36 anni, è montanaro per nascita e contadino per scelta a Raveo, piccolo borgo della Carnia friulana. A ventitré anni visita alcune esperienze di ecovillaggi in Italia e all’estero e decide di abbandonare l’impiego come tecnico informatico per intraprendere un cammino più in sintonia con la natura. Da anni pratica l’agricoltura di prossimità e segue i princípi della decrescita e della sobrietà come stile di vita e di relazione con gli altri e con il territorio. È autore di alcune pubblicazioni in cui racconta la sua storia e i suoi progetti, tra cui i volumi “Pecora nera” e “Il buon selvaggio”.

 Come stai, Devis? Com’é la tua vita in questi giorni?

Sto bene, lavoro: avendo la partita iva posso andare nei miei campi, che comunque sono a poche centinaia di metri di casa. L’unica cosa che non posso fare è offrire come ogni anno l’ospitalità ad alcuni ragazzi woofers, che sarebbero dovuti venire in marzo a darmi una mano con le semine.

La nostra regione, il Friuli Venezia-Giulia, ha seguito la Lombardia e il Veneto come chiusure e blocchi alla mobilità: però qui in montagna la situazione è chiaramente diversa. Ègiunta notizia di qualche anziana multata per essere uscita a raccogliere tarassaco nei prati, ma non si sa se siano voci veritiere o più notizie messe in circolazione per fare un po’ di paura; controlli in paese ce ne sono stati ma tutto sommato molto limitati.

Raveo non è un luogo turistico e in generale nelle vostre montagne il turismo è ancora molto limitato. Sull’ economia di una regione come la Carnia che impatto ti sembra stia avendo il Covid-19?

Ti posso parlare della mia esperienza. Io in questo periodo produco solo uova, perché l’orto ancora non è pronto, ma riesco a piazzarla tutta. In generale il mio obiettivo è di produrre per i miei compaseani, per chi vive vicino a me. Grazie alle relazioni che ho costruito nel tempo, riesco comunque a vendere la mia merce mentre chi per esempio fa i mercati in giro, a fondovalle o a Udine, ora è bloccato, non riesce a distribuire nulla.

Le reti di prossimità e il km zero oggi sono dunque una risorsa per adattarsi alla situazione di crisi…

Sí, certamente. Io nel mio piccolo seguo la filosofia delle reti di economia solidale, quella che in altre comunità è già applicata su scala più ampia. Un approccio diverso da quello di chi mira anzitutto a rifornire la città e i cittadini. Io mi sono sempre domandato come convincere i miei compaesani a comprare i miei prodotti, quale fosse il prezzo giusto per loro, come costruire un rapporto di fiducia reciproca. Questa secondo me è la prima cosa da fare. Da noi spesso il paesano non solo non ha più un orto, ma ha anche perso l’idea del valore di ciò che viene prodotto in modo naturale, diversamente dal cittadino, che a volte è disposto a pagare cifre significative per avere il prodotto biologico e non industriale. Il paesano, il montanaro va riavvicinato al valore di questo tipo di prodotti, e si può provare a farlo partendo dalle relazioni personali. Io ad esempio l’anno scorso ho iniziato a produrre le uova e, per far conoscere il mio prodotto, ho lasciato davanti alle porte di tanti in paese un cestino in omaggio, con alcune uova e un biglietto, in cui spiegavo come allevo le galline, quanto costano le uova e come possono ordinarle a domicilio, anche tramite whatsapp. La risposta pian piano c’è stata e ora, in questo periodo di isolamento, io faccio le consegne a casa di tante persone e presto ripartirò a portare verdura e frutta.

In Carnia si stanno sviluppando negli ultimi tempi iniziative come la tua? Si assiste a qualche forma di ritorno verso queste attività, oppure ti senti ancora un po’ la “pecora nera”?

Giovani contadini qui ce ne sono, anche nei paesi limitrofi. Chi pratica agricoltura, chi è interessato agli usi civici, chi alleva animali: un certo fenomeno di ritorno c’è, ma quello che manca è la massa critica. Siamo dispersi, due o tre per comune. Non si riesce ad avviare progetti più complessi, corali. E poi le valli sono tra loro distanti, i collegamenti difficili. In montagna oggi si produce pochissimo: se chiudono i supermercati, qui le persone restano senza mangiare come a Milano. Fino a pochi anni fa, tutti avevano intorno a casa  quello che chiamiamo il bearc, un terreno con gli ortaggi, alcune piante da frutto e un po’ di conigli e pollame. Oggi sono quasi tutti trasformati in giardini, con piante ornamentali e prato all’inglese, tosato tutte le settimane, così neppure le api possono trovarci qualche fiore. Si è persa l’idea di avere una piccola unità produttiva associata a ogni abitazione: oggi chi ha un melo nel giardino capita che mi chiami per tagliarlo, perché poi le mele cadono e sporcano il prato!

Pensando all’impatto che il virus potrà avere nei prossimi anni, credi che potrà spingere piùpersone verso il ruralismo, verso la vita e il lavoro in montagna?

Ci sarà un ulteriore motivo di riflessione, una spinta per quanti stavano già pensando a questa opzione. Il virus rappresenta uno shock molto maggiore di quanto la crisi ambientale o climatica stavano producendo nelle persone. Quello che Greta Thunberg poteva pensare di sollecitare in venti o trent’anni, il Covid-19 lo ha prodotto in poche settimane, in termini di ripensamento, di cambiamento radicale, anche se temporaneo. Oggi siamo in un mondo che ha messo tutti gli aerei a terra: questo ha reso concreta una possibilità, che prima era solo un’ipotesi. Anche se domani torneremo ad una forma di “normalità” nessuno potrà più dire che certe misure non erano praticabili. Questo apre qualche scenario nuovo, ma lo fa soprattutto per quelle persone che avevano già questo tipo di sensibilità. Per tutti gli altri, quanto è successo finora, purtroppo, è ancora troppo poco per spingere a un cambiamento reale. Il lessico diffuso è quello della battaglia contro un problema da sconfiggere con le nostre armi moderne: il vaccino, la medicina, la tecnologia. Non si considera di cambiare il modello economico e sociale che ha favorito l’insorgere e il diffondersi di virus come quello attuale: penso ad esempio agli allevamenti intensivi di animali da carne che  sono potenziali focolai per la nascita e la trasmissione all’uomo di queste patologie.

Ti sento un po’ pessimista…

Non credo che ci sarà un cambiamento sociale di massa. C’è già la convinzione diffusa, anche dai media, che dovremo presto tornare a livelli di produzione e di consumo di prima, recuperando al più presto i punti di PIL che stiamo perdendo.

Tu che anni pratichi concretamente la sobrietà e la decrescita in montagna, ti senti più attrezzato ad affrontare questa situazione rispetto al cittadino?

L’idea di controllare quello che circonda l’ho abbandonata anni fa, quando per la prima volta una grandinata mi ha distrutto l’orto. La situazione attuale psicologicamente non mi ha dunque così traumatizzato: chi lavora la terra e dipende da essa per la propria vita, è abituato a farsi concavo o convesso a seconda delle circostanze. E allora praticare un esercizio di rinuncia aiuta, come faccio ormai volontariamente da tanto tempo.


Membretti Andrea Eurac Research Blogs Agriculture
Andrea é un sociologo che non puó vivere senza le montagne. Lo studio delle Alpi e degli Appennini, e poi delle altre montagne del mondo, è arrivato (molto) tempo dopo la pratica: trekking e sci di fondo escursionismo, sempre insieme al suo cane (e alle figlie, quando riesce a trascinarle). Andrea si occupa di nuovi abitanti delle terre alte, dai neo montanari che lasciano la cittá per aprire un agriturismo, ai rifugiati, costretti a vivere in borghi abbandonati dai loro abitanti o in alberghi in disuso. Andrea crede, come Mario Rigoni Stern, che le montagne non siano frontiere ma ponti tra gli uomini e le culture.

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