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Bilanciare la solidarietà: il riconoscimento dei diritti umani

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Bilanciare la solidarietà: il riconoscimento dei diritti umani - © Adobe Stock/Giovanni Cancemi

Cosa sono i diritti fondamentali?

Quando si parla di diritti, in particolare di diritti fondamentali, si rischia di scadere in una definizione semplicistica e fin troppo generale: soprattutto oggi, mentre il mondo intero fronteggia una pandemia che ha causato decine di migliaia di vittime, è importante fare chiarezza sul tema. Le Costituzioni moderne racchiudono, più o meno esplicitamente, un catalogo di diritti: questi diritti sono sottratti alla revisione in ragione di quello che la dottrina tedesca chiama Wesensgehalt, un contenuto essenziale e intangibile posto a fondamento dello stesso ordinamento costituzionale.

La Costituzione italiana disciplina i diritti e le libertà degli individui, e i loro limiti espressamente previsti dalla legge, ai titoli II, III e IV e << […] col principio stabilito all’art. 2, la Costituzione eleva a regola fondamentale dello Stato, per tutto quanto attiene ai rapporti tra la collettività ed i singoli, il riconoscimento di quei diritti che formano il patrimonio irretrattabile della personalità umana>> (C. Cost. n. 11/1956).

 

E se i diritti sono dei migranti?

Negli ultimi tempi questi diritti sono stati perennemente sotto attacco, soprattutto quando i titolari degli stessi erano i migranti cosiddetti irregolari o sans papier. La cronaca nazionale ha più volte riportato la questione del divieto di sbarco nei porti italiani e altrettante volte il tema dello sfruttamento dei migranti nei campi.

Il Covid-19 ha messo in luce tutta una serie di falle del sistema sanitario ed economico del Paese, costringendo la classe politica a intraprendere azioni mirate a fronteggiare la crisi su diversi fronti, non ultimo quello della tutela dei diritti dei migranti. La riflessione, quanto mai necessaria, sul tema ha fatto scaturire alcuni interrogativi legati alla protezione dei diritti fondamentali dei “non cittadini”: per esempio, può l’emergenza sanitaria consentire la violazione degli obblighi imposti dai trattati internazionali in materia di protezione internazionale? È percorribile la via della nazionalizzazione dei diritti?

 Il blocco degli sbarchi

Un primo elemento da analizzare è senz’altro  il decreto interministeriale n. 150 del 7 aprile 2020 con il quale si è disposto che per tutto il periodo dell’emergenza i porti italiani non sarebbero più stati considerati places of safety, luoghi sicuri, in accordo con la Convenzione di Amburgo, costringendo così i naufraghi a rimanere a bordo delle navi delle ONG in precarie condizioni di sicurezza e in una parallela emergenza sanitaria non strettamente connessa al Covid-19, ma altrettanto seria. La misura, sostengono i ministri, sarebbe stata adottata a salvaguardia dei naufraghi e dei cittadini italiani per evitare così di compromettere ulteriormente le risorse del sistema sanitario.

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, in un appello pubblicato nei giorni scorsi ha chiarito inequivocabilmente che l’approccio del Governo italiano è lesivo dei diritti fondamentali dei migranti e le fanno eco svariate altre organizzazioni internazionali e associazioni, come l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), allarmate dalla deriva nazionalista a cui misure di questo tipo prestano il fianco. In una nota molto dettagliata, infatti, proprio l’ASGI ha evidenziato la necessità di revocare il decreto che espone l’Italia all’ennesima violazione degli obblighi internazionali, nonché costituzionali, in materia di diritti fondamentali non considerando nemmeno la presenza a bordo di persone vulnerabili, bisognose di un’attenzione particolare.

 La regolarizzazione dei migranti sul territorio dello Stato

Oggetto di dibattito non sono però soltanto i migranti salvati dalle ONG: un tema caldo è senz’altro quello della regolarizzazione dei migranti irregolari, già presenti a vario titolo sul territorio nazionale e per i quali il rischio di sfruttamento e contagio è più alto che mai. Le ragioni a fondamento di questa esigenza sociale sono sostanzialmente tre: conferire dignità a queste persone, confinate ai margini della società e per questo facili prede della criminalità organizzata; consentire un più agevole accesso a una serie di servizi essenziali, come l’assistenza sanitaria; impedire che gli impieghi cui i migranti possono aspirare si tramutino in situazioni di sfruttamento assimilabili a una velata forma di schiavitù. Sono queste quindi le premesse da cui muove la proposta di una sanatoria, sostenuta da giuristi, psicologi e virologi e integrata nello schema di decreto legge “Rilancio” presentato dal Premier Conte il 13 maggio per regolarizzare i migranti in tutti i settori produttivi, garantendo un permesso per lavoro temporaneo, eventualmente rinnovabile secondo i canali canonici una volta conclusa l’emergenza.

Chi ha visto in questa misura un tentativo di “rubare il lavoro agli italiani” probabilmente ha omesso di considerare sia l’aspetto umano ed egalitario della questione, sia un aspetto prettamente pratico: consentire l’accesso al lavoro attraverso canali legali impedisce il quasi totale abbattimento del costo della manodopera, elemento che sino a oggi ha reso “più conveniente” assumere il migrante piuttosto che il disoccupato italiano.

 Un bilanciamento è possibile?

In questo momento storico il rischio di nazionalizzare i diritti è palpabile: i diritti umani fondamentali, spesso relegati a mero catalogo facilmente disattendibile, riguardano la persona in quanto tale, sia essa legalmente cittadina o un migrante irregolare in fuga dal proprio Paese d’origine. Il bilanciamento tra la tutela dei propri cittadini e quella dei migranti è necessario e lo è ancora di più in un Paese che, negli ultimi mesi, è stato esso stesso esempio di solidarietà verso il prossimo, e che ha riscoperto il senso di comunità. Ma se riusciamo a essere solidali solo con chi ha la nostra stessa carta d’identità, possiamo realmente definirci tali?

Raffaele Addamo ClaraClara Raffaele Addamo studia le policies migratorie in Italia e Europa e l’impatto dell’immigrazione straniera nei territori montani. Ama scoprire culture diverse e intraprendere esperienze sempre nuove.

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