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La scuola come bene comune

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La scuola come bene comune - © Adobe Stock/Fabio Principe

“Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose.”

Albert Einstein

Mai come ora l’emergenza che stiamo affrontando ci fa capire come la scuola sia un bene tanto prezioso, quanto un “bene comune”: presidio culturale dove si formano i cittadini di domani, luogo di confronto e innovazione.

Mai come ora ci accorgiamo che, salvo alcune eccezioni, solitamente gli studenti sono semplici fruitori delle attività formative proposte, degli spazi e dei tempi progettati da altri. La collaborazione scuola-famiglia è debole, a volte perfino problematica. Il ruolo educativo spesso delegato agli insegnati, le attività con il territorio poco valorizzate.

Con il lockdown, d’un tratto le case di molte famiglie sono diventate gli spazi dove si sono svolte le attività didattiche. Docenti e famiglie hanno dovuto sperimentare nuove modalità di lavoro e instaurare nuove forme di collaborazione. Senza tralasciare le criticità legate principalmente alle fragilità sociali e al digital divide, tra gli aspetti positivi si possono annoverare: la valorizzazione del ruolo degli insegnanti, il recupero della genitorialità in termini di partecipazione alla responsabilità educativa, un balzo in avanti sulle competenze digitali, e non da ultimo l’importanza assunta dal patto educativo di corresponsabilità tra scuola e famiglia, che d’un tratto risulta non essere più un atto solo formale. Allo stesso tempo la limitazione degli spostamenti ci ha fatto scoprire e apprezzare maggiormente il territorio circostante, e si sono aperti nuovi scenari che ci portano a pensare alle difficoltà dettate dalla pandemia in atto come opportunità per una scuola “nuova”, una scuola capace di lasciar andare le cose che non funzionano più, e di valorizzare le già numerose esperienze positive in corso.

D’altro canto le più importanti innovazioni pedagogiche sono avvenute proprio per far fronte a situazioni critiche, pensiamo ad esempio a Maria Montessori il cui metodo era inizialmente pensato per rieducare i minorati mentali, a Danilo Dolci che ha operato in Sicilia contro la mafia, l’analfabetismo e la povertà, e a Don Milani con la sua didattica rivolta ai bambini poveri nella disagiata e isolata Scuola di Barbiana. Se da una parte è fondamentale pensare alle condizioni di sicurezza sanitaria per affrontare la riapertura della scuola, allo stesso tempo è altrettanto importante una riflessione pedagogica che possa garantire ai giovani di ripartire a fronte delle difficoltà che hanno vissuto con la pandemia, e per poter affrontare al meglio le incertezze dell’anno a venire. Più in generale è importante dare alle nuove generazioni i migliori strumenti di cui disponiamo per affrontare le sfide e le difficoltà che verranno nel prossimo futuro. Un progetto a lungo termine dove tutti possono giocare un ruolo importante.

A questo scopo serve una intera “comunità educante” che interagisce, che sente la responsabilità di essere un tutt’uno. Comunità dove insegnanti, famiglie e soggetti del territorio migliorano l’offerta educativa e contribuiscono a sviluppare il senso di appartenenza e di cura ai luoghi di origine. Una scuola “diffusa” nella città e nel territorio, proprio come per i musei! Abitiamo un territorio ricco di natura e cultura che promuoviamo per i turisti, ma che non valorizziamo sufficientemente affinché i nostri giovani possano assorbirne pienamente i valori e i benefici. La “scuola diffusa” era un sistema già felicemente in uso nell’antichità, dove la “schola” era una teoria di luoghi significativi e legati alle diverse attività di apprendimento: la scienza, le lettere, l’arte… (Campagnoli, 2014). Era anche la scuola che promuoveva Maria Montessori con il suo monito: “Uscite dall’aula con i bambini e avrete a disposizione il mondo intero”. Ed è una scuola attualmente in corso di sperimentazione, in forme diverse, da parte della rete delle “scuole nel bosco”, delle “scuole all’aperto”, delle “piccole scuole”. Alcune, queste, tra le principali esperienze che promuovono un’idea di scuola aperta e diffusa sul territorio, dove l’alleanza fra scuola e famiglie, amministratori, associazioni, realtà imprenditoriali locali è centrale.

Nelle scuole è custodita la materia prima del futuro, averne cura è come occuparsi di un bene comune dove  ogni comunità si dà delle regole per gestire le proprie risorse, ogni persona si assume le proprie  responsabilità, dove si sa di dipendere uno dall’altro e che il vantaggio di uno è il vantaggio degli altri. Dove, quindi, ognuno collabora affinché i beni comuni continuino a prosperare per tutti, siano essi risorse naturali, spazi pubblici, il mondo digitale o la cultura e il mondo dell’educazione.

 

“La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi.
La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.
È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie(…)
L’ inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia.
Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.
Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo.
Invece, lavoriamo duro.
Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.”

Albert Einstein

 

 

MainoFedericaFederica Maino si occupa di sviluppo regionale delle aree montane, con una particolare attenzione alle metodologie partecipate e alla gestione dei conflitti. Nel lavoro, ma più in generale nella vita quotidiana, ama favorire con arte maieutica l’apprendimento, l’innovazione e la cooperazione tra le persone.

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