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Minoranze e nazionalismi ‘virati’

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Minoranze e nazionalismi ‘virati’ - © Vincenzo Tersigni/EIDON

Mentre l’Italia e altri paesi stanno allentando le misure restrittive messe in atto per contenere il diffondersi del coronavirus (COVID-19), rimane molto da riflettere su quali siano gli effetti della pandemia sulla società. A proposito, riguardo a un tema sentito in Alto Adige, l’Istituto sui diritti delle minoranze di Eurac Research ha lanciato una serie di webinar (perché, altra conseguenza del virus, tutto ormai è online) sugli effetti del COVID-19 sulle questioni che riguardano le minoranze (Minorities and COVID-19). La tematica è complessa. D’altronde già all’inizio della pandemia, l’Alto Commissario OSCE per le minoranze nazionali si era preoccupato che le misure messe in atto dagli stati per affrontare il contagio fossero inclusive e rispettose nei confronti dei gruppi minoritari, contrastando episodi di intolleranza e xenofobia e stando attenti ai diritti umani e ai bisogni linguistici delle minoranze, anche nel settore medico. Più recentemente l’Alto Commissario ha emanato una serie di raccomandazioni, fra cui azioni per mitigare le conseguenze socioeconomiche della pandemia sulle comunità minoritarie più vulnerabili, e il sostegno alla cooperazione transfrontaliera per evitare lo sviluppo di tensioni nelle zone di confine.

Legato al tema delle minoranze, F. Bieber ha recentemente elaborato una riflessione intitolata “Global Nationalism in Times of the COVID Pandemic” sulla rivista Nationalities Papers sulle conseguenze della pandemia sul nazionalismo. Il professore dell’università di Graz si chiede se la pandemia rafforzerà forze nazionaliste esclusive che in vari paesi negli anni passati hanno portato avanti politiche isolazioniste, anti-migranti e/o contro le minoranze, e contribuirà a diffondere la politica della paura e il razzismo nei confronti dell’altro e del diverso (sia esso il cinese, l’asiatico, il musulmano, il migrante, o il rom). Inoltre, l’articolo mette in guardia nei confronti del prolungarsi delle misure di protezionismo e controllo messe in atto ai confini, e delle tendenze autoritarie, che spesso vanno a braccetto con forme di nazionalismo, come nel caso dell’Ungheria di Orbán, dove il governo ha assunto poteri speciali che limitano notevolmente la libertà d’informazione.

È ancora troppo presto per dire se nel prossimo futuro ci aspetta un mondo migliore o peggiore. Guardando alla tematica delle minoranze e all’Alto Adige, si possono fare quattro considerazioni alla luce delle riflessioni dell’Alto Commissario e del prof. Bieber. Primo, vista la crisi economica causata dalla pandemia, si spera che la conseguente riduzione delle risorse disponibili in provincia non crei competizione e tensioni fra i gruppi linguistici. D’altronde, il successo del modello altoatesino di superamento delle tensioni “etniche,” è legato anche al benessere economico e alla disponibilità di ingenti risorse economiche per tutti. Inoltre, più in linea con le raccomandazioni dell’Alto Commissario, è da vedere come eventuali tagli peseranno sui fondi destinati alle altre comunità culturali presenti sul territorio, dalle popolazioni Sinti e Rom alle persone con passato migratorio, che già prima della pandemia erano in una condizione più vulnerabile rispetto al resto della popolazione.

In secondo luogo, la tematica linguistica nel settore medico è già complessa anche in tempi ‘normali’ e per una minoranza protetta come la popolazione di lingua tedesca in Alto Adige, viste le polemiche locali passate sulla carenza di personale bilingue negli ospedali. E così, nelle settimane d’emergenza passate, l’azienda sanitaria provinciale ha cercato medici e infermieri anche in deroga alle norme sul bilinguismo. Rimane quindi la sfida di coniugare le esigenze linguistiche con quelle sanitarie, magari cercando soluzioni flessibili e innovative.

Terzo, si spera che questa esperienza pandemica non dia nuova linfa alle forze nazionaliste locali più intransigenti, che negli anni scorsi sembravano finalmente affievolirsi, visti i risultati elettorali dei partiti nazionalisti locali nelle ultime elezioni provinciali. Abbiamo, però, assistito a come qualcuno in Alto Adige abbia pensato bene di usare le discussioni sulle tempistiche della Fase 2 per rilanciare il vecchio slogan del Los von Rom – cosa inopportuna e anche eticamente discutibile, almeno per tempistica (visto che ci sono ancora centina di morti al giorno)? Di certo, il nazionalismo è una ideologia con varie faccettature, ma alcune sue pulsioni e istanze rimangono discutibili, sia che vengano da uno stato o maggioranza oppressori, che da una minoranza.

Infine, si spera che le misure di controllo e chiusura dei confini alla lunga non influenzino troppo eccessivamente la cooperazione transfrontaliera nella zona dell’Euregio e il transito di persone e merci attraverso un confine che molti vorrebbero sempre più invisibile, anche se a riguardo sembra legittimo essere ottimisti. Infatti, dopo le chiusure unilaterali dei confini imposte da Vienna, ci sono state varie iniziative di cooperazione che hanno coinvolto i governi altoatesino e tirolese (e anche quello italiano e austriaco), come il recente annuncio dell’elaborazione di una strategia unica per la ripartenza del turismo nell’Euregio.

Per concludere, anche se il coronavirus avrà sicuramente degli strascichi, la speranza è di non dover aver a che fare un domani con questioni relative al tema delle minoranze e al nazionalismo eccessivamente ‘virate.’

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul quotidiano “Alto Adige”, il 17 giugno 2020.


Andrea CarlàAndrea Carlà è senior researcher all’Istituto sui diritti delle minoranze, dove si occupa della interazione tra la tematica della protezione delle minoranze, politiche d’integrazione, e questioni di sicurezza. Questo contributo, come in generale il suo lavoro di ricerca, nasce dal suo interesse per cercare di capire come favorire una convivenza pacifica tra stati e persone e ridurre le barriere fra di loro.

 

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