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Non tutti i lavoratori sono uguali

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Non tutti i lavoratori sono uguali - © Ian Art photography
Effetti della crisi sul mondo del lavoro

Se qualcuno dal futuro ci avesse raccontato che sarebbe arrivato un giorno in cui (quasi) tutti i posti di lavoro avrebbero chiuso, non ci avremmo creduto. Eppure è quello che è successo nel nostro Paese, in una sorta di grande e involontario esperimento collettivo, a partire dallo scorso 11 marzo 2020. A partire da quel giorno, infatti, sono state chiuse per decreto ministeriale tutte le attività dichiarate non essenziali per la gestione dell’emergenza: attività commerciali e ricreative, servizi di ristorazione, servizi alla persona, ma anche aziende manifatturiere e uffici pubblici.

Per molte di queste realtà, soprattutto quelle attive nel terziario, la chiusura del luogo fisico di lavoro ha coinciso con l’attivazione di modalità di lavoro a distanza e/o con modalità agili (il cosiddetto smart working). Per altre realtà, si pensi ad esempio ai servizi alla persona (parrucchieri, estetiste) e al settore dello spettacolo (teatri, cinema), lo svolgimento dell’attività lavorativa è diventato improvvisamente impossibile. In una situazione intermedia si trovano invece le imprese che possono sostituire la vendita in loco di prodotti con le consegne a domicilio, anche se, in assenza di precise ordinanze, questa possibilità è stata lasciata ai singoli imprenditori.

La possibilità di ricevere uno stipendio è, pertanto, slegata dalla presenza fisica al lavoro per alcune categorie di lavoratori, viceversa per altre. Non solo: il livello di tutela di lavoratori anche appartenenti allo stesso settore varia sensibilmente a seconda delle condizioni contrattuali.

La flessibilità aiuta a superare le crisi?

In seguito all’introduzione di contratti flessibili nella disciplina di regolamentazione del lavoro nel corso degli ultimi venti anni, oggi il mercato del lavoro italiano presenta una molteplicità di tipologie contrattuali che variano dal contratto a chiamata fino ai contratti a tempo indeterminato, passando per i contratti a progetto, stagionali, in somministrazione e altri ancora. C’è, poi, chi non ha un contratto di lavoro dipendente ma lavora come autonomo, e qui troviamo i professionisti iscritti agli albi (come gli avvocati o i commercialisti), le partite IVA, gli imprenditori e i commercianti. Inoltre, c’è chi un contratto di lavoro vero e proprio non ce l’ha: tutti i tirocinanti, praticanti e apprendisti, ma soprattutto tutti i lavoratori irregolari, incluse babysitter, badanti, addetti alle pulizie.

Negli intenti originari del legislatore, questa molteplicità contrattuale doveva precisamente servire ad affrontare i momenti di crisi economica: agli inizi degli anni 2000, infatti, la globalizzazione era ai suoi esordi e il mercato del lavoro italiano risultava troppo rigido per rispondere rapidamente ai cambiamenti. La divisione, a quei tempi, era netta: avere un contratto di lavoro dipendente significava avere un lavoro garantito per tutta la vita e avere diritto a ogni tipo di tutela, per questo era diventato molto difficile entrare o rientrare nel mercato del lavoro per i giovani o per chi avesse perso il lavoro. L’introduzione di contratti diversi da quello a tempo indeterminato permetteva quindi, ai tempi (parliamo del 2001, quando Marco Biagi pubblicava il suo Libro Bianco), di contrastare il lavoro in nero e di garantire lavoro di buona qualità.

L’epidemia di coronavirus si è tradotta, di fatto, in un aumento delle disuguaglianze tra i lavoratori italiani.

Oggi, invece, i contratti di lavoro atipici sono diventati la norma: si pensi che, solo nel 2019, dei 7.208.531 nuovi rapporti di lavoro attivati, il 44 per cento erano contratti a termine, il 18 per cento a tempo indeterminato, il 10 per cento stagionali, il 13 per cento in somministrazione e i restanti con contratti intermittenti (9 per cento) o in apprendistato (5 per cento). Il lavoro in nero, seppur diminuito nel tempo, rimane comunque una componente importante del mercato del lavoro italiano, che le maggiori tipologie contrattuali non sono riuscite a scoraggiare: secondo le stime dell’ISTAT, nel 2017 i rapporti di lavoro irregolari a tempo pieno erano 3 milioni e 700 mila. I lavoratori autonomi sono spesso dipendenti mascherati, a cui è stato imposto di mettersi in proprio per ragioni di risparmio da parte del datore di lavoro. Inoltre, con l’introduzione del Jobs Act nel 2018, anche il contratto a tempo indeterminato ha perso parte delle tutele garantite in passato, soprattutto quelle legate al licenziamento. Le conseguenze di questa deregolamentazione erano, in parte, già note: mancanza di stabilità e difficoltà nel pianificare il proprio futuro per i lavoratori con contratti atipici. Inoltre, una quota crescente di lavoratori si trova oggi a rischio di povertà ed esclusione sociale: sono i cosiddetti working poor, i lavoratori poveri ai quali uno stipendio non garantisce un reddito sufficiente ad affrontare le spese ordinarie e straordinarie.

Perché l’epidemia non ci rende tutti uguali

Nel mese di marzo 2020, queste conseguenze sono state aggravate dall’incombere dell’epidemia e si sono tradotte in una sostanziale diseguaglianza tra lavoratori, divisi tra chi ha mantenuto invariato il livello di reddito, chi è stato messo in cassa integrazione, chi ha perso temporaneamente ogni entrata e chi anche il lavoro. La molteplicità delle condizioni contrattuali si è tradotta, pertanto, in una molteplicità di situazioni lavorative che il governo sta cercando di aiutare, in una corsa disperata per non lasciare indietro nessuno. Le principali soluzioni emerse sono state, finora, un aiuto di 600 euro una tantum per i lavoratori autonomi, possibilmente allargabile anche ai precari e agli irregolari con un cosiddetto reddito di emergenza, la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione per le imprese di ogni dimensione e voucher per l’acquisto di generi alimentari distribuiti dai Comuni per aiutare le famiglie più indigenti.

Si tratta di una pluralità di strumenti con cui il governo sta cercando di tamponare i problemi legati alla crisi del COVID-19, ma che, al termine dell’emergenza, si dovrà trasformare in una strategia lungimirante per cercare di ridurre le disuguaglianze tra i lavoratori italiani. Una tale strategia dovrebbe ripensare il reddito di cittadinanza in modo da allargare la platea di beneficiari a quanti si trovano oggi nelle varie situazioni di difficoltà descritte in precedenza, in modo da fornire una tutela costante dei diritti dei lavoratori e lavoratrici su cui – almeno teoricamente – si basa la nostra Repubblica.


Valeria Ferraretto, Center for Advanced Studies, Eurac ResearchValeria Ferraretto è una Junior Researcher al Center for Advanced Studies di Eurac Research. Il coronavirus le ha fatto riscoprire le piccole gioie della vita quotidiana, ma non vede l’ora di poter ricominciare a viaggiare.

 

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