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Il valore della terra

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Patate in aree ricoltivate da poco nell' Appennino - © Gabriele Mori

Gabriele Mori ha 33 anni, un passato da agente di assicurazioni e un presente da contadino di montagna, nell’alto Appennino pavese, al confine tra Lombardia ed Emilia-Romagna. Con i cugini Andrea e Simone, anche loro giovani con alle spalle esperienze lavorative molto diverse, ha fondato la cooperativa agricola “Terre Villane”, nel piccolo borgo di Romagnese. Si dedicano con passione alla coltivazione di ortaggi e cereali di varietà antiche, grazie anche a una intensa collaborazione con l’Universitá di Pavia.

Gabriele, la vostra azienda è in un piccolo paese di montagna, colpito da spopolamento e abbandono dei terreni: voi invece siete tornati a vivere e a lavorare quassú…

Sì, quattro anni fa abbiamo deciso di prendere in mano i terreni che erano dei nostri nonni, e che da cinquant’anni ormai erano lasciati a prato stabile: il nostro programma è stato da subito quello di recuperare a uso seminativo questi campi, ripulendoli, ripristinando gli accessi, accorpandoli dove possibile per avere spazi maggiori. E così li abbiamo destinati alla coltivazione di cereali di varietà antiche,tra cui il mais ottofile, patate di montagna (gialle, bianche, viola), prodotti orticoli come zucche e fagioli, e recentemente anche frutta.

Voi venite in origine da professioni “di città”: come siete arrivati a fare questa scelta coraggiosa, a cambiare così radicalmente?

È stata sicuramente una scelta difficile. Questi territori sono definiti spesso “aree svantaggiate”: eppure, da certi punti di vista, non sono poi così “svantaggiati”. Qui ci sono anche possibilità di lavorare bene, se si è determinati a farlo, proprio per le risorse che in questo ambiente è ancora possibile ritrovare. Noi avevamo il desiderio di creare qualcosa di utile, di bello, e di proficuo al tempo stesso, sulla base della nostra comune passione per la natura. E ci accomuna poi la spinta a innovare: pensavamo e pensiamo che ci siano spazi per cambiare rispetto all’orientamento produttivo di tante aziende in questa parte di Appennino, che sembrano poco attente a differenziare i settori, a introdurre elementi di varietà.

Nel percorso di innovazione che state affrontando avete sviluppato anche una collaborazione con l’Università di Pavia.

Sì, con la Banca del Germoplasma Vegetale dell’Università coordinata dal prof. Graziano Rossi. È una struttura che si dedica alla conservazione a lungo termine delle specie vegetali minacciate di erosione genetica, proteggendo dall’estinzione specie vegetali di particolare interesse. Con i ricercatori seguiamo un programma per riprodurre le varietà antiche di semi, prima in piccole porzioni di terreno e poi in pieno campo, sperimentando con la loro supervisione diretta la coltivazione di varietà di cereali, legumi e ortaggi che si erano perse in queste zone o che possono essere introdotte ex novo. Per esempio abbiamo recuperato il mais ottofile, che in passato era il preferito dai contadini della zona per preparare la polenta, e siamo gli unici nell’alto Oltrepò a produrre grano saraceno. Il rapporto con l’università si svolge inoltre nell’ambito di progetti legati al Piano di sviluppo rurale e in relazione anche al CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura): in questo modo diamo un contributo allo studio dei processi di adattamento e selezione delle specie vegetali a seconda delle diverse altitudini e condizioni climatiche.

Avviare e rendere produttiva una azienda agricola in montagna non è impresa facile: avete potuto accedere a qualche forma di sostegno da parte di programmi o progetti dedicati al settore?

Per avviare una azienda come la nostra in effetti sono necessari molti investimenti, ne eravamo consapevoli sin dal principio. Abbiamo partecipato dunque a bandi relativi al Piano di sviluppo rurale, ma anche promossi dalla Comunità montana dell’Oltrepò pavese e dal GAL (Gruppo azione locale): i finanziamenti ottenuti li abbiamo investiti innanzitutto nell’acquisto di attrezzature specifiche, necessarie sia alla agricoltura di montagna in campo aperto, sia alle attività di laboratorio, ad esempio i macchinari per la pulizia del seme. Cerchiamo così di coniugare la tradizione nei prodotti coltivati con l’innovazione, che riguarda le tecniche e l’approccio sostenibile.

Avete anche una certificazione biologica?

Siamo certificati da un ente esterno, che controlla tutte le nostre procedure. Anche questa scelta è impegnativa: il biologico richiede molta attenzione, sacrifici, costi, per esempio rispetto al contrasto dei parassiti e degli agenti patogeni sotterranei e aerei senza usare pesticidi. Bisogna investire sulla rotazione delle colture, innovare i metodi di coltivazione e sempre prestare la massima attenzione nel cercare il necessario equilibrio tra tutti i fattori in gioco.

In tempi di Covid-19 la distribuzione dei prodotti diventa un elemento ancora piú rilevante: come vi siete organizzati voi?

Collaboriamo con associazioni come Slow Food, che ci aiutano a promuovere i nostri prodotti e ad allargare la cerchia dei possibili acquirenti, facendo conoscere anche la nostra storia e i nostri valori. Da tempo siamo organizzati inoltre con le consegne a domicilio, non solo in provincia di Pavia ma sino a Milano: la situazione della pandemia non ci ha colto impreparati. Sempre nell’ottica dell’innovazione, stiamo anche partecipando alla costruzione di una piattaforma internet per l’acquisto online e la distribuzione ai clienti dei prodotti: si tratta di una iniziativa possibile grazie al coinvolgimento di alcuni giovani esperti di tecnologie digitali e alla messa in rete con altre aziende agricole del nostro territorio.

Andrea Membretti

Andrea é un sociologo che non puó vivere senza le montagne. Lo studio delle Alpi e degli Appennini, e poi delle altre montagne del mondo, è arrivato (molto) tempo dopo la pratica: trekking e sci di fondo escursionismo, sempre insieme al suo cane (e alle figlie, quando riesce a trascinarle). Andrea si occupa di nuovi abitanti delle terre alte, dai neo montanari che lasciano la cittá per aprire un agriturismo, ai rifugiati, costretti a vivere in borghi abbandonati dai loro abitanti o in alberghi in disuso. Andrea crede, come Mario Rigoni Stern, che le montagne non siano frontiere ma ponti tra gli uomini e le culture.

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