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Interview

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“La crisi della biodiversità è il più grande pericolo per le persone”

21 January 2021

Piante e animali abitano la Terra da milioni di anni, molto prima della comparsa dell’uomo. E sono proprio gli uomini i principali responsabili delle estinzioni di massa. Ulrike Tappeiner, direttrice dell’Istituto per l’ambiente alpino di Eurac Research e vincitrice del Research Award Alto Adige 2020, parla di catene alimentari, del monitoraggio sulla biodiversità dell’Alto Adige e spiega perché la diminuzione della biodiversità porterà a un aumento delle malattie infettive.

Recentemente un team di ricercatori danesi e svedesi ha calcolato che ci vorranno tre milioni di anni per riparare, almeno in parte, i danni che l’uomo ha fatto alla biodiversità.

Tappeiner: È veramente drammatico. In effetti negli ultimi 450 milioni di anni ci sono già state cinque estinzioni di massa. L’ultima la abbiamo studiata tutti a scuola: 66 milioni di anni fa si sono estinti i dinosauri e con loro circa il 75 per cento delle specie allora presenti. Oggi, a detta dei ricercatori, le specie scompaiono a una velocità da 100 a 10mila volte maggiore rispetto all’ultima volta e non a causa di un asteroide, ma della specie dominante: l’uomo.

A che punto la diminuzione della biodiversità diventa critica?

Tappeiner: Per l’uomo il punto più critico si raggiunge al più tardi quando la cosiddetta biodiversità funzionale viene minacciata. In un ecosistema, tutti gli organismi sono in relazione alimentare tra loro: le piante alimentano gli erbivori, che a loro volta sono cibo per i carnivori, e al vertice sta l’uomo. Nelle reti alimentari, queste relazioni possono essere rappresentate fin nei minimi dettagli. In queste reti ci sono nodi in cui convergono molte specie. Se i nodi importanti sono minacciati, la situazione diventa pericolosa.

Ci fa un esempio di un nodo funzionale importante?

Tappeiner: Insetti responsabili dell’impollinazione delle piante, come le api. Se muoiono, scompaiono quasi completamente anche le piante vascolari e non resta nessuna base alimentare per molti erbivori. Moriranno anche gli uccelli e i piccoli mammiferi che si nutrono di questi insetti. Edward Wilson, il guru americano della biodiversità, ha fatto un calcolo: quanto tempo resterebbe all’uomo se tutti gli artropodi, cioè il gruppo a cui appartengono anche gli insetti e i crostacei, si estinguessero? Meno di un anno.

Da quando l’uomo rappresenta una minaccia per la biodiversità?

Tappeiner: Da sempre. I nostri antenati hanno sulla coscienza i mammut e le tigri dai denti a sciabola. Oggi non esiste un posto al mondo che sfugga alle conseguenze delle nostre azioni, dalla vetta più alta alle profondità oceaniche.

A cosa imputiamo i danni maggiori?

Tappeiner: A livello mondiale sicuramente allo sfruttamento intensivo del suolo che distrugge la maggior parte degli habitat naturali. La distruzione delle foreste pluviali ha conseguenze particolarmente drammatiche. Si tratta di sistemi antichi, dove l’evoluzione ha avuto un tempo molto lungo per produrre molte nuove specie. Ad esempio, ci sono fino a 150 specie di coleotteri su un singolo albero della foresta tropicale.

Nascono ancora nuove specie?

Tappeiner: Assolutamente. La grande domanda è: oggi nascono meno specie rispetto al passato? Gli studi dicono che, in passato, in un milione di anni emergevano 0,05-0,2 nuove specie. Nuove specie possono emergere sia a causa dell’isolamento – per esempio su isole remote – sia perché l’ambiente sta cambiando drasticamente. Poi, all’interno di una popolazione, si riproducono quegli individui che sono in grado di affrontare al meglio le nuove condizioni.

Dove si svolgono queste evoluzioni?

Tappeiner: È molto interessante notare che oggi le nuove specie nascono soprattutto nelle città. Qui le barriere, come le strade intorno a un parco, creano isole. Inoltre, i parametri ambientali abiotici ‒ come la temperatura, l’acqua o la radiazione solare ‒ creano variazioni maggiori: nelle nostre città è più caldo in estate, ma più freddo in inverno rispetto ai dintorni. Prendiamo il trifoglio bianco che tutti conosciamo. Come protezione contro gli erbivori, produce piccole quantità di cianuro. Nelle città queste quantità sono ancora più basse perché i predatori naturali sono meno, quindi il trifoglio preferisce dedicare le sue energie a migliorare la sua resistenza al gelo. Un altro esempio è il topo dai piedi bianchi che vive nel Central Park,a New York, in isolamento a causa del traffico intenso che lo circonda. Si nutre principalmente di resti di fast food e quindi produce uno speciale enzima per digerire meglio gli alimenti grassi. Il topo di Central Park è già geneticamente diverso dagli altri topi dai piedi bianchi.

Ritratto Ulrike Tappeiner in lingua tedesca © nics media - Auftraggeber: Autonome Provinz Bozen

E in Alto Adige? Come sta la biodiversità?

Tappeiner: L’Alto Adige è un hotspot della biodiversità. Già per il solo fatto di trovarsi in montagna, di avere quindi grandi variazioni verticali e orizzontali nei parametri ambientali: bastano piccoli avvallamenti e rilievi nel terreno per creare nicchie microclimatiche. Nel giro di 30 centimetri, ad esempio, la temperatura può cambiare estremamente: al sole può essere di 40 gradi, all’ombra di 8. L’Alto Adige si trova anche al crocevia di un clima mediterraneo e temperato. Infine, ma non meno importante, anche la glaciazione ha favorito la biodiversità. Quindi, in linea di principio, abbiamo un’ottima posizione di partenza. Ancora oggi stiamo scoprendo nuove specie, anche se l’agricoltura, la presenza di centri abitati e la costruzione di strade sottopongono a una dura prova le risorse del fondovalle.

La conservazione della biodiversità non riguarda la sopravvivenza di una singola bella farfalla. Si tratta anche di preservare le basi economiche per le generazioni future.

Ulrike Tappeiner

L’Alto Adige ha avviato un programma di monitoraggio della biodiversità con il sostegno della provincia.

Tappeiner: Esatto. Non esiste ancora un monitoraggio sistematico, anche se sono disponibili molti risultati di ricerca individuali. Abbiamo bisogno di un monitoraggio continuo per capire quanto velocemente la biodiversità sta cambiando e dove i cambiamenti sono particolarmente sensibili. Nel 2019 abbiamo iniziato a campionare gli habitat terrestri, cioè prati, boschi, terreni agricoli, zone umide, habitat alpini e aree abitate. Abbiamo monitorato quasi la metà dei 320 punti di rilevamento totali. Ognuno dei punti sarà campionato di nuovo ogni cinque anni in modo da poter registrare i cambiamenti. Nel 2021 inizieremo a monitorare anche gli ecosistemi fluviali, analizzando in un ciclo di quattro anni 120 luoghi in tutta la provincia e nei corsi d’acqua dell'Alto Adige. Inoltre, esamineremo anche la biodiversità delle sorgenti, dei ghiacciai e dei ghiacciai rocciosi gravemente minacciati dai cambiamenti climatici.

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Cerimonia inaugurale del progetto di monitoraggio della biodiversità il 22.05.2019© Eurac Research - Annelie Bortolotti
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Perché in tempi più brevi rispetto alle stazioni terrestri?

Tappeiner: Perché ci aspettiamo maggiori fluttuazioni. I corsi d’acqua sono molto più dinamici e cambiano notevolmente nel corso dell’anno, ad esempio a causa dello scioglimento dei ghiacciai o di forti precipitazioni. Entrambi i fenomeni sono intensificati dal cambiamento climatico.

Quindi servirà qualche decennio per acquisire informazioni importanti sul cambiamento della biodiversità e sulle sue conseguenze?

Tappeiner: No, ogni anno di monitoraggio porta già risultati entusiasmanti. Per l’Alto Adige, ad esempio, abbiamo potuto dimostrare chiaramente che un paesaggio vario e ricco, in cui le aree aperte si alternano a siepi e alberi, ospita molte più specie di uccelli o farfalle. Abbiamo anche trovato specie molto rare, le cosiddette specie endemiche, che sono sopravvissute all’ultima era glaciale solo in Alto Adige, cioè oggi esistono solo qui. Ma avremo il quadro completo, soprattutto sui cambiamenti della biodiversità dell’Alto Adige, solo con un monitoraggio a lungo termine. Oggi possiamo dimostrare scientificamente che il cambiamento climatico esiste anche grazie a una rete meteorologica standardizzata a livello mondiale che racchiude anni di misurazioni. Questi standard non esistono ancora in biologia, stiamo contribuendo a definirli.

Professoressa Tappeiner, parliamo della pandemia in corso. La perdita di biodiversità influisce sulla comparsa di malattie infettive come Covid-19?

Tappeiner: Due terzi delle nostre malattie infettive vengono trasmesse dagli animali all’uomo - o dall’uomo agli animali. Gli esperti parlano di zoonosi. Con la crescente vicinanza di esseri umani e animali, ad esempio attraverso l’allevamento del bestiame, queste trasmissioni si verificano più frequentemente. Già 2500 anni fa, gli agenti patogeni del morbillo passavano dal bestiame all’uomo quando quest’ultimo diventava sedentario. In linea di principio, l’elevata biodiversità in natura garantisce la distribuzione degli agenti patogeni tra diverse specie, con un effetto di diluizione positivo. Se invece un agente patogeno è specializzato in una o poche specie e queste specie sono presenti in gran numero, come ratti, pipistrelli, uccelli o animali da fattoria, allora la probabilità di trasmissione all’uomo è maggiore. Il virus del Nilo occidentale si trova negli uccelli e nei mammiferi ed è trasmesso all’uomo tramite punture di zanzara. Se il virus del Nilo occidentale si manifesta in mammiferi la cui popolazione è molto numerosa, la probabilità che si diffonda all’uomo è sproporzionatamente maggiore che non se si distribuisse tra molte specie diverse o tra specie che contano pochi individui, come avviene di solito con gli specialisti. Gli esperti lo chiamano il fenomeno del ratto contro il rinoceronte: i roditori hanno vita breve e si riproducono molto rapidamente, e con loro i virus. Un rinoceronte è longevo e si moltiplica molto lentamente. Se diventa l’ospite intermedio di una malattia infettiva, non è sufficiente a causare una pandemia. Inoltre, l’uomo si sta avvicinando sempre più alla natura e le barriere naturali che rallentano gli agenti patogeni stanno scomparendo.

Ulrike Tappeiner


  • Dal 1995: direttrice dell'Istituto per l'ambiente alpino, Eurac Research
  • 1996: abilitazione in Ecologia, Università di Innsbruck
  • 1996 - 2005: professoressa associata, Istituto di botanica, Università di Innsbruck
  • Dal 2005: professoressa universitaria per la Ricerca sugli ecosistemi e l'ecologia del paesaggio all'Università di Innsbruck
  • Dal 2012 al 2018: preside della Facoltà di Biologia, Università di Innsbruck
  • Dal 2018: presidente della Libera Università di Bolzano

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AUTORE

Sigrid Hechensteiner

Daniela Mezzena

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