© Eurac Research

Interview

1
leggi

Se al trifoglio non serve più il cianuro

La conservazione della biodiversità è una delle grandi sfide del futuro, spiega Ulrike Tappeiner, direttrice dell'istituto per l'ambiente alpino.

19 December 2018

Piante e animali abitano la Terra da milioni di anni, molto prima della comparsa dell’uomo. E sono proprio gli uomini i principali responsabili delle estinzioni di massa. Ulrike Tappeiner, direttrice dell’Istituto per l’ambiente alpino (Eurac Research) e presidente della Libera Università di Bolzano, parla di catene alimentari, di trifoglio bianco e del monitoraggio sulla biodiversità che coinvolgerà tutto l’Alto Adige.

Recentemente un team di ricercatori danesi e svedesi ha calcolato che ci vorranno tre milioni di anni per riparare, almeno in parte, i danni che l’uomo ha fatto alla biodiversità.

Tappeiner: È veramente drammatico. In effetti negli ultimi 450 milioni di anni ci sono già state cinque estinzioni di massa. L’ultima la abbiamo studiata tutti a scuola: 66 milioni di anni fa si sono estinti i dinosauri e con loro circa il 75 per cento delle specie allora presenti. Oggi, a detta dei ricercatori, le specie scompaiono a una velocità da 100 a 10mila volte maggiore rispetto all’ultima volta e non a causa di un asteroide, ma della specie dominante: l’uomo.

A che punto la diminuzione della biodiversità diventa critica?

Tappeiner: Per l’uomo il punto più critico si raggiunge al più tardi quando la cosiddetta biodiversità funzionale viene minacciata. In un ecosistema, tutti gli organismi sono in relazione alimentare tra loro: le piante alimentano gli erbivori, che a loro volta sono cibo per i carnivori, e al vertice sta l’uomo. Nelle reti alimentari, queste relazioni possono essere rappresentate fin nei minimi dettagli. In queste reti ci sono nodi in cui convergono molte specie. Se i nodi importanti sono minacciati, la situazione diventa pericolosa.

Ci fa un esempio di un nodo funzionale importante?

Tappeiner: Insetti responsabili dell’impollinazione delle piante, come le api. Se muoiono, scompaiono quasi completamente anche le piante vascolari e non resta nessuna base alimentare per molti erbivori. Moriranno anche gli uccelli e i piccoli mammiferi che si nutrono di questi insetti. Edward Wilson, il guru americano della biodiversità, ha fatto un calcolo: quanto tempo resterebbe all’uomo se tutti gli artropodi, cioè il gruppo a cui appartengono anche gli insetti e i crostacei, si estinguessero? Meno di un anno.

Da quando l’uomo rappresenta una minaccia per la biodiversità?

Tappeiner: Da sempre. I nostri antenati hanno sulla coscienza i mammut e le tigri dai denti a sciabola. Oggi non esiste un posto al mondo che sfugga alle conseguenze delle nostre azioni, dalla vetta più alta alle profondità oceaniche.

A cosa imputiamo i danni maggiori?

Tappeiner: A livello mondiale sicuramente allo sfruttamento intensivo del suolo che distrugge la maggior parte degli habitat naturali. La distruzione delle foreste pluviali ha conseguenze particolarmente drammatiche. Si tratta di sistemi antichi, dove l’evoluzione ha avuto un tempo molto lungo per produrre molte nuove specie. Ad esempio, ci sono fino a 150 specie di coleotteri su un singolo albero della foresta tropicale.

Nascono ancora nuove specie?

Tappeiner: Assolutamente. La grande domanda è: oggi nascono meno specie rispetto al passato? Gli studi dicono che, in passato, in un milione di anni emergevano 0,05-0,2 nuove specie. Nuove specie possono emergere sia a causa dell’isolamento – per esempio su isole remote – sia perché l’ambiente sta cambiando drasticamente. Poi, all’interno di una popolazione, si riproducono quegli individui che sono in grado di affrontare al meglio le nuove condizioni.

Dove si svolgono queste evoluzioni?

Tappeiner: È molto interessante notare che oggi le nuove specie nascono soprattutto nelle città. Qui le barriere, come le strade intorno a un parco, creano isole. Inoltre, i parametri ambientali abiotici ‒ come la temperatura, l’acqua o la radiazione solare ‒ creano variazioni maggiori: nelle nostre città è più caldo in estate, ma più freddo in inverno rispetto ai dintorni. Prendiamo il trifoglio bianco che tutti conosciamo. Come protezione contro gli erbivori, produce piccole quantità di cianuro. Nelle città queste quantità sono ancora più basse perché i predatori naturali sono meno, quindi il trifoglio preferisce dedicare le sue energie a migliorare la sua resistenza al gelo. Un altro esempio è il topo dai piedi bianchi che vive nel Central Park, a New York, in isolamento a causa del traffico intenso che lo circonda. Si nutre principalmente di resti di fast food e quindi produce uno speciale enzima per digerire meglio gli alimenti grassi. Il topo di Central Park è già geneticamente diverso dagli altri topi dai piedi bianchi.

© Eurac Research | Martina Jaider

Gli esperti ritengono che la conservazione della biodiversità sia una delle grandi sfide del futuro. Perché la biodiversità è così importante?

Tappeiner: Innanzitutto perché tutto ciò che mangiamo ha a che fare con la biodiversità. Ma alla biodiversità dobbiamo anche delle scoperte rivoluzionarie. L’aspirina proviene originariamente dalla corteccia di salice, dalla colla resistente all’umidità dei mitili è stata sviluppata una colla chirurgica per chiudere le ferite post-operatorie, un principio attivo presente nel veleno di una specie di serpente sudamericano aiuta centinaia di milioni di persone ad abbassare lo zucchero nel sangue. Secondo alcuni calcoli, solo negli Stati Uniti, si risparmiano 4,5 miliardi di dollari all’anno grazie alla lotta biologica, evitando quindi l’uso di pesticidi. La conservazione della biodiversità non riguarda la sopravvivenza di una singola bella farfalla. Si tratta anche di preservare le basi economiche per le generazioni future.

E in Alto Adige? Come sta la biodiversità?

Tappeiner: L’Alto Adige è un hotspot della biodiversità. Già per il solo fatto di trovarsi in montagna, di avere quindi grandi variazioni verticali e orizzontali nei parametri ambientali: bastano piccoli avvallamenti e rilievi nel terreno per creare nicchie microclimatiche. Nel giro di 30 centimetri, ad esempio, la temperatura può cambiare estremamente: al sole può essere di 40 gradi, all’ombra di 8. L’Alto Adige si trova anche al crocevia di un clima mediterraneo e temperato. Infine, ma non meno importante, anche la glaciazione ha favorito la biodiversità. Quindi, in linea di principio, abbiamo un’ottima posizione di partenza. Ancora oggi stiamo scoprendo nuove specie, anche se l’agricoltura, la presenza di centri abitati e la costruzione di strade sottopongono a una dura prova le risorse del fondovalle.

La conservazione della biodiversità non riguarda la sopravvivenza di una singola bella farfalla. Si tratta anche di preservare le basi economiche per le generazioni future.

Ulrike Tappeiner

L’Alto Adige avvierà a breve un programma di monitoraggio della biodiversità con il sostegno della provincia.

Tappeiner: Esatto. Non esiste ancora un monitoraggio sistematico, anche se sono disponibili molti risultati di ricerca individuali. Abbiamo bisogno di un monitoraggio continuo per capire quanto velocemente la biodiversità sta cambiando e dove i cambiamenti sono particolarmente sensibili. ## Come si svolgerà il monitoraggio? Tappeiner: Supponiamo di porre sopra l’Alto Adige una rete con maglie di 4-5 chilometri. I nodi vengono campionati regolarmente. Copriamo così tutti gli habitat, dalla città all’alta montagna. Lo stesso punto viene campionato ogni cinque anni. Oltre alle specie, vengono registrati anche i parametri ambientali, perché il monitoraggio a lungo termine dovrebbe mostrarci correlazioni che altrimenti non riconosceremmo. Particolarmente importante è la selezione della fauna più significativa e il modo in cui osservarla. Con le piante è più facile, non si muovono (ride).

Image 1 of 12
Cerimonia inaugurale del progetto di monitoraggio della biodiversità il 22.05.2019© Eurac Research - Annelie Bortolotti
Image 2 of 12
© Eurac Research - Annelie Bortolotti
Image 3 of 12
© Eurac Research - Annelie Bortolotti
Image 4 of 12
© Eurac Research - Annelie Bortolotti
Image 5 of 12
© Eurac Research - Annelie Bortolotti
Image 6 of 12
© Eurac Research - Annelie Bortolotti
Image 7 of 12
© Eurac Research - Annelie Bortolotti
Image 8 of 12
© Eurac Research - Annelie Bortolotti
Image 9 of 12
© Eurac Research - Annelie Bortolotti
Image 10 of 12
© Eurac Research - Annelie Bortolotti
Image 11 of 12
© Eurac Research - Annelie Bortolotti
Image 12 of 12
© Eurac Research - Annelie Bortolotti

Quindi tra dieci anni conosceremo l’esito del monitoraggio?

Tappeiner: Sono convinta che ci saranno risultati entusiasmanti di anno in anno. Oggi possiamo provare scientificamente che il cambiamento climatico esiste perché abbiamo una rete meteorologica standardizzata a livello mondiale. Questi standard non esistono ancora in biologia, siamo in procinto di definirli.

Secondo uno studio di Eurac Research, un alto grado di biodiversità, come quello che si trova in un prato di montagna gestito in maniera estensiva, è percepito come bello dall’uomo. Di cosa si tratta esattamente?

Tappeiner: I servizi ecosistemici che la natura ci offre non sono solo servizi di approvvigionamento, come il cibo, o servizi di regolazione, come la produzione di ossigeno, ma anche servizi culturali, come la bellezza di un paesaggio. Ma cosa è bello? Lo studio dell’Eurac Research ha dimostrato che i prati con più specie sono considerati più belli di quelli con meno specie. Possiamo quindi contare sulla nostra percezione: in natura percepiamo come bello ciò che assicura la nostra esistenza.

AUTORE

Sigrid Hechensteiner

Daniela Mezzena

Tags

ISTITUTI & CENTER


Related Content

article

Scenari per il futuro dell’Alto Adige: come vorremmo vivere nel 2030?

Das Artensterben im Bauch

Unser Lebensstil zerstört die Vielfalt der Darmflora

news

Proteggere le mandrie

Nuovo progetto sulla formazione degli allevatori in Alto Adige

ScienceBlogs
18 November 2020agriculture

Il valore della terra

Andrea Membretti

Eurac Research è un centro di ricerca privato con sede a Bolzano. I nostri ricercatori provengono da una vasta gamma di discipline scientifiche e da tutte le parti del globo. Insieme si dedicano a quella che è la loro professione e vocazione – plasmare il futuro.

Cosa facciamo

La nostra ricerca affronta le maggiori sfide che ci attendono in futuro: le persone hanno bisogno di salute, energia, sistemi politici e sociali ben funzionanti e un ambiente intatto. Queste sono domande complesse e stiamo cercando le risposte nell'interazione tra molte discipline diverse. In tal modo, il nostro lavoro di ricerca abbraccia tre temi principali: le regioni adatte a vivere, la diversità come elemento di miglioramento della vita, una società sana.

Nel rispetto del regolamento (UE) 2016/679, ti informiamo che questo sito utilizza cookie propri tecnici e di terze parti per consentirti una migliore navigazione ed un corretto funzionamento delle pagine web. Proseguendo la navigazione del sito o cliccando su "OK" acconsenti all'uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso usa il tasto "maggiori informazioni".

Maggiori informazioni